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NUCLEARE SI, NUCLEARE NO: quale futuro per l'energia?

Par Roberta Lombardo Hurstel


Il recente disastro della centrale nucleare di Fukushima, anche se causato da un terribile evento naturale imprevedibile: il terremoto, ha aperto il dibattito sull'opportunità di continuare a produrre l'energia necessaria alla nostra esistenza grazie all'atomo. Non si era ancora spenta la preoccupazione dopo Chernobyl ed eccoci confrontati ad una nuova catastrofe.

I fronti dei si' e dei no dibattono e si confrontano a forza di teorie, progetti, valutazioni, ma la matassa è ben lontana dall'essere dipanata. Positivo, per il momento, è stato l'impegno della comunità europea che ha condotto controlli di sicurezza sugli impianti presenti in Europa. I risultati, resi pubblici in questi giorni, fanno riflettere se non addirittura preoccupare. I saggi sottolineano che per rendere conformi alle norme di sicurezza tutte le centrali, attualmente attive, bisognerebbe investire tra 15 e 25 miliardi di euro, vale a dire tra 30 e 200 milioni di euro per ogni reattore (1).

Per quanto concerne la Francia non c'è da stare tranquilli. Tutti i reattori (ben 58) hanno presentato problemi di sicurezza, più o meno gravi. Per esempio, tutti gli occhi sono oggi puntati sul complesso di Fessenheim che è il più datato del gruppo (la chiusura è prevista per il 2016), ma sembra che il suo stato di salute sia migliore di quello della centrale di Cattenom nella Mosella. In ogni caso, per l'insieme delle centrali, i problemi sussistono soprattutto per quanto concerne i dispositivi di sicurezza in caso, come per il Giappone, di eventi straordinari ed imprevedibili.

L'Italia dopo l'incidente di Chernobyl decise di sospendere la costruzione di nuove centrali e i risultati del referendum tenuto giusto un anno dopo (1987) sono stati interpretati come una volontà di chiudere le quattro centrali allora esistenti e di bloccare gli investimenti. A seguito di questa decisione l'Italia attualmente è obbligata ad acquistare energia dalla Svizzera e dalla Francia, ma l'ENEL (società per l'energia elettrica), ancor oggi, continua a collaborare con importanti aziende europee nel campo del nucleare. Gli italiani sono tornati ad esprimersi nel giugno 2011. Ancora una volta è stato organizzato un referendum subito dopo l'incidente di Fukushima, e, ancora una volta, la risposta è stata NO. L'impressione è che il risultato dei due referendum sia dovuto ad un impatto emozionale e non ad una riflessione sulle politiche energetiche. Ricordiamo che in Italia il prezzo dell'energia elettrica è il più caro d'Europa.

Una voce che si leva alta sulla discussione pro e contro il nucleare è quella di Umberto Veronesi, Presidente dell'Agenzia per la Sicurezza Nucleare, il quale sottolinea che bisogna rivedere la progettazione degli impianti nucleari, per garantire al massimo la sicurezza per l'uomo e per l'ambiente, ma, d'altra parte, è convinto che il nostro pianeta non sopravviverà senza energia nucleare, quindi per lui questa scelta sarà inevitabile e un percorso obbligato.

Greenpeace contesta, in generale, i risultati della commissione europea ed ha condotto delle indagini indipendenti che solleciterebbero la chiusura, a breve termine, di almeno 34 reattori installati in 13 differenti centrali. Tale motivazione è dettata dal fatto che circa la metà dei reattori europei si trova in zone a rischio sismico e quindi in situazioni molto pericolose, altri sono privi del doppio contenitore, altri, ancora, sono troppo vecchi per garanntire lo standard necessario alla sicurezza, come chiaramente indicato nel rapporto del giugno scorso (2).

Attualmente nel mondo esistono più di 400 reattori e se facciamo un'analisi a ritroso sono state molte le occasioni di catastrofe sfiorate per un caso fortuito, come per esempio quello relativo alla centrale di Forsmark, in Svezia, che nel 2006, ha rischiato una pericolosa fusione del nocciolo. Sempre Greenpreace ha presentato una mappa, dove ciascuno di noi puo' individuare la tipologia della centrale con la quale condivide il quotidiano e le caratteristiche della stessa, valutando i rischi possibili legati all'usura e all'organizzazione (3).

La Germania, poco tempo dopo l'incidente di Fukushima delibero' di procedere ed una progressiva chiusura delle centrali nucleari, ponendosi come limite il 2022. Si apri' quindi una nuova pagina per la Energiewende (4), ma dopo un anno come procede questa riconversione? Indubbiamente le critiche non mancano, in primis i grandi produttori di energia che avevano molto investito sull'atomo e che da quando sono state chiuse parte delle 17 centrali riescono a coprire a malapena il fabbisogno nazionale. Inoltre l'economia interna ne ha risentito venendo a mancare i ricavi della vendita dell'energia all'estero. Anche se l'installazione di pannelli solari e di pale eoliche è stata massiccia, purtroppo la produzione di energia non è sufficiente e, soprattutto, è in ritardo il piano di riorganizzazione della rete elettrica e dello stoccaggio.

Da parte sua il Belgio, che attualmente si fornisce al 51% di energia nucleare prevede di uscirne completamente entro il 2025. Anche la Svizzera, con una produzione elettrica da nucleare del 40%, vuole abbandonare l'atomo. Per giustificare questo intendimento la Confederazione Elvetica ha finanziato uno studio sul fotovoltaico che, tra le energie rinnovabili, potrebbe essere quello capace di coprire gran parte del fabbbisogno.

Timidamente si studia la possibilità di sfruttare i gas di scisti bituminosi, gli stati Uniti lo fanno da una quarantina d'anni, ma la vecchia Europa resiste perchè la complessa estrazione potrebbe creare problemi di inquinamento e di contaminazione delle acque sotterranee. Per il momento solo la Polonia, con un suolo ricco d'acqua, ha iniziato questo tipo di estrazioni, mentre in Francia è consentito solo a fini scientifici, ma altre nazioni stanno dimostrando un grande interesse, anche se forti pressioni a causa dell'impatto ambientale stanno conducendo i vari paesi europei a rinunciare al progetto e di conseguenza all'indipendenza energetica

Si assiste, insomma ad una profonda agitazione nel settore energetico europeo: studi, discussioni, interventi politici, ma forse, in attesa che i governi deliberino, sarebbe utile che ciascono di noi agisca nel quotidiano, modificando le dispendiose abitudini e riducendo i consumi energetici.

NUCLEAIRE OUI, NUCLEAIRE NON : quel futur pour l’énergie ?

Traduit par Roberta Lombardo Hurstel

Le désastre récent de la centrale nucléaire de Fukushima, même s'il a été causé par un événement naturel imprévisible, le tsunami, a ouvert le débat sur l’intérêt de continuer à produire l’énergie nécessaire à notre existence grâce à l’atome. La préoccupation née à Tchernobyl n’était pas encore apaisée et nous voilà confrontés à une nouvelle catastrophe.

Les fronts pour et contre débattent et s’opposent à coups de théories, projets, évaluations, mais la pelote est loin d’être démêlée. Un fait positif, pour l’instant, est l’initiative de la communauté européenne de procéder à des contrôles de sécurité dans les centrales implantées en Europe. Les résultats, publiés ces jours-ci, donnent à réfléchir, voire inquiètent. Les sages soulignent que pour sécuriser les centrales, il faudrait investir entre 15 et 25 milliards d’euro, ce qui représente entre 30 à 200 millions par réacteur (1).

En ce qui concerne la France, il n’y a pas de quoi être rassurés. Les 58 réacteurs ont présenté des problèmes de sécurité plus ou moins graves. Par exemple, tous les regards sont pointés en direction de Fessenheim, le plus ancien (la fermeture est prévue pour 2016), mais son état semble meilleur que celui de Cattenom, en Moselle. Dans tous les cas, les problèmes subsistent en ce qui concerne les dispositifs de sécurité en cas d’événements extraordinaires et imprévisibles, comme au Japon.

L'Italie a décidé de suspendre toute nouvelle construction, après l’accident de Tchernobyl et les résultats du référendum organisé un an après cette catastrophe (1987) ont été interprétés comme la volonté de fermer les quatre centrales en fonction à cette époque et de bloquer les investissements. Suite à cette décision, l’Italie est condamnée à présent à acheter de l’énergie en Suisse et en France mais l’ENEL (société d’électricité), collabore encore aujourd’hui avec des sociétés européennes actives dans l’énergie nucléaire. En juin 2011, les Italiens se sont à nouveau exprimés. Encore une fois, un référendum a été organisé après une catastrophe ( celle de Fukushima) et, encore une fois, la réponse a été NON. Il en résulte l’impression que les réponses aux référendum ont été exprimées sous l’emprise de l’émotion et non pas suite à une réflexion sur la politique énergétique. N’oublions pas qu’en Italie le coût de l’énergie électrique est le plus élevé d’Europe.

Une voix se fait entendre dans la discussion pour ou contre le nucléaire : celle de Umberto Veronesi. Le Président de l’Agence pour la Sûreté Nucléaire souligne qu’il faut « revoir la conception des centrales nucléaires pour garantir au mieux la sécurité pour l’homme et pour l’environnement ». Mais, d’autre part, il est convaincu que notre planète ne survivra pas sans énergie nucléaire et que par conséquent ce choix sera « inévitable et représentera un parcours inévitable ».

Greenpeace conteste globalement l’étude de la Commission Européenne et a commandité des enquêtes indépendantes qui recommanderaient la fermeture, à brève échéance, d’au-moins 34 réacteurs installés dans 13 centrales différentes. Cette recommandation est motivée par le fait qu'environ la moitié des centrales européennes sont situées dans des zones sismiques et donc à risque, que d’autres ne sont pas équipées de contenant double, que d’autres encore sont trop anciennes pour garantir les standards de sécurité, comme indiqué clairement dans le rapport de juin dernier (2).

Actuellement il y a 400 réacteurs dans le monde et si nous faisons un raisonnement par l’absurde, nombreuses ont été les occasions de catastrophes évitées de peu grâce à un événement fortuit, comme par exemple celui qui a été observé à la centrale de Forsmark, en Suède, qui a évité de peu la fusion du noyau en 2006. Greenpeace a présenté une carte sur laquelle chacun de nous peut visualiser le type de centrale avec laquelle il partage son environnement quotidien et ses caractéristiques, évaluant ainsi les risques liés à l’usure et à l’organisation des centrales (3).

L’Allemagne, peu de temps après l’accident de Fukushima, a décidé de fermer progressivement ses centrales d’ici 2022. Elle a donc ouvert une nouvelle page de l’ Energiewende (4). Mais un an plus tard, comment évolue cette reconversion ? Indiscutablement, les critiques ne manquent pas, en premier lieu de la part des grands producteurs d’énergie qui avaient beaucoup investi dans l’atome et qui, depuis la fermeture d’une partie des 17 centrales, ont du mal à satisfaire les besoins nationaux. De plus, l’économie nationale en a ressenti les effets, du fait de l’absence des recettes issues de la vente d’énergie à l’étranger. Même si l’installation de panneaux solaires et d’éoliennes a été massive, la production d’énergie est malheureusement insuffisante et, surtout, le plan de réorganisation du réseau électrique et du stockage est en retard.

De son côté, la Belgique, qui tire actuellement 51% de ses besoins énergétiques du nucléaire, prévoit d’en sortir complètement d’ici 2025. La Suisse, où le nucléaire représente 40% de la production électrique, veut également sortir de l'atome. Pour justifier cette décision, la Confédération Helvétique a financé une étude sur le photovoltaïque qui, parmi les énergies renouvelables, pourrait se révéler capable de couvrir l’essentiel des besoins.

On étudie avec prudence la possibilité d’exploiter les gaz de schiste. Les États-Unis les exploitent depuis une quarantaine d’années mais la vieille Europe résiste parce que l’extraction, complexe, risque de créer des problèmes de pollution et de contamination des nappes phréatiques. Pour le moment, seule la Pologne, avec un sous sol riche en eau, a commencé ce type d’extraction, alors qu’en France elle est autorisé à des fins exclusivement scientifiques. Mais d'autres nations montrent un réel intérêt pour cette technique, même si des pressions fortes dues à l’impact sur l’environnement les conduisent à renoncer au projet et, en conséquence, à leur indépendance énergétique.

On assiste, en conclusion, à une agitation profonde dans le secteur énergétique européen : études, débats, interventions politiques, mais il serait peut-être utile, dans l’attente des décisions gouvernementales, que chacun de nous agisse dans sa vie quotidienne en modifiant ses habitudes gourmandes en énergie.

(1) http://www.greenpeace.org/eu-unit/en/Publications/2012/stress-tests-briefing/

(2) http://www.greenpeace.org/eu-unit/en/Publications/2012/stress-tests-briefing/

(3) http://risksofnuclear.greenpeace.org/

(4) Tournant énergétique


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